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Il ritorno della estrema destra in Europa

Estrema Destra Europa, reportage Esercito di Dio, Progetto Happiness

“L’Europa appartiene ai bianchi. Se non ci sono più persone bianche, non è Europa.” Queste parole non le abbiamo lette su un libro di storia. Le abbiamo sentite a Varsavia, l’11 novembre 2025, nel giorno dell’indipendenza polacca. Quello che era nato come una festa patriottica si è trasformato nel raduno di estrema destra più grande d’Europa. Centinaia di migliaia di persone marciano per Dio, Patria, Identità. E contro un nemico: i migranti.

Noi di Progetto Happiness siamo andati a capire perché, dopo tutto quello che abbiamo passato il secolo scorso, l’odio sta ritornando a riempire le piazze.

Ci siamo posti una domanda scomoda: la felicità può nascere dalla paura e dall’esclusione?

La marcia di Varsavia

L’11 novembre è il giorno dell’indipendenza nazionale polacca. Nel 1918, dopo 123 anni di dominazione straniera, la Polonia tornò libera. Ma la pace fu un’illusione: arrivarono Hitler, la guerra mondiale, l’Unione Sovietica. Solo nel 1989 il Paese tornò davvero libero.

Questa storia di orgoglio ferito ha creato un terreno fertile per il nazionalismo. Oggi la marcia dell’11 novembre è diventata il punto di ritrovo dell’estrema destra europea. Arrivano dalla Grecia, dalla Francia, dagli Stati Uniti. Bandiere ovunque: la croce celtica, l’Aquila Bianca, simboli che credevamo sepolti.

“Siamo qui per sostenere la Polonia e l’Europa bianca”, ci dice un manifestante greco. “Se guardi la situazione nel Regno Unito o in Francia, non viviamo più nei nostri stessi paesi.”

La cosa che colpisce di più è il legame con la fede. Prima della marcia, un prete benedice i partecipanti. Patria e fede si mescolano in un modo che fa riflettere. Quando la paura cresce, l’uomo cerca una certezza, un rifugio. Qualcuno che dica cosa è giusto. Forse anche il bisogno di essere perdonato per ciò che potrebbe fare in nome di quella paura.

Il Muro al confine

Ma la marcia è solo l’inizio. Lontano dalla capitale, nel silenzio quasi totale dell’Europa, è stato eretto un muro per proteggere i confini del Paese. Non per fermare un esercito, ma per tenere fuori i migranti.

Costruito nel 2022, alto più di 5 metri, lungo 186 chilometri, elettrificato e sorvegliato da telecamere. Separa la Polonia dalla Bielorussia, governata da un dittatore legato alla Russia. Insieme sfruttano l’immigrazione come strumento di ricatto geopolitico. Spingono i migranti verso il confine. È una guerra ibrida: si combatte con esseri umani, non con missili.

“Da dove vengono?”, chiediamo a un soldato. “Afghanistan, Eritrea, Somalia, Nigeria. Da molto lontano.”

I migranti non sanno di essere pedine. Attraversano migliaia di chilometri, scavalcano muri di filo spinato, rischiano la vita. Quando arrivano, trovano soldati, cani, telecamere. Una porticina nel muro da cui vengono espulsi.

L’Esercito di dio

È qui che entra in scena Dariusz Sierhej. Ex lottatore di MMA, ex mercenario, oggi fondatore di un gruppo paramilitare chiamato “Esercito di dio”. Uomini segnati da vite difficili che cercano redenzione rispondendo a quella che per loro è la chiamata di Dio alle armi: difendere il confine sacro della patria.

“Chi eri prima di scoprire l’amore di Dio?”, gli chiediamo. “Ero una canaglia. Tante donne, alcol, droga, gioco d’azzardo. E alla fine ho trovato Lui. Dio chiama persone strane. Usa persone come me, i casi più disperati.”

Prima di ogni pattugliamento, il gruppo si fa benedire da un prete. Dariusz porta con sé acqua esorcizzata, datagli da un prete esorcista. Si fermano all’altare del sergente Mateusz Sitka, un soldato ucciso al confine da un migrante, diventato martire. Poi entrano nella foresta. Di notte. Con visori notturni. Cercano migranti che si nascondono al gelo, tra lupi e temperature sotto zero.

“Cosa provi quando ne catturi uno?”, chiediamo. “Soddisfazione. Perché lo stanno attraversando in modo illegale.”

La luce verde

Ma proprio qui, dove tutti parlano di nemici e invasioni, vive un uomo che fa qualcosa che sembra quasi proibito. Accoglie.

Quando i migranti riescono a superare il confine, lui apre le porte di casa. Senza domande. Ogni notte lascia una luce verde accesa fuori dalla sua abitazione. È il segnale: questa casa è sicura.

“Perché il verde?”, chiediamo.

“È il colore della speranza. Poi qualcuno mi ha detto che è anche il colore dell’Islam.”

“Perché lo fai?”

“Non lo so. Dovevamo fare qualcosa perché nei boschi la gente moriva.”

È ironico pensare che in questo angolo remoto del mondo, chi imbraccia le armi lo fa in nome di Dio, mentre chi incarna lo spirito cristiano lo fa in silenzio.

“Cos’è per te la felicità?”

“Forse sembrerà stupido, ma sono felice quando non aiuto. Perché so che, quando c’è calma, non vediamo sofferenza né dolore. Quello è un momento felice.”

Due visioni della felicità

In questo reportage non ci sono tre lezioni sulla felicità nel senso classico. Ci sono due visioni che si scontrano.

Da una parte, Dariusz e il suo gruppo: per loro la felicità è proteggere la Polonia, essere la speranza per la propria gente. Ma è una felicità costruita sulla paura del diverso, sulla ricerca costante di un nemico.

Dall’altra, l’uomo con la luce verde: per lui la felicità è l’assenza di sofferenza. Non cerca eroi, non cerca nemici. Cerca solo che nessuno muoia nella foresta.

La domanda che ci siamo posti è questa: si può vivere una vita nella paura, nella rabbia, e chiamarla felicità?


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