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Ayahuasca: cosa abbiamo scoperto dai Cofán in Ecuador

Ayahuasca. La chiamano la medicina più potente al mondo. Una bevanda capace di rivelare chi siamo davvero, di farci incontrare faccia a faccia con noi stessi, senza filtri, senza scuse. Ma per trovarla non basta comprare un biglietto aereo. Bisogna entrare nel cuore della foresta amazzonica, al confine tra Ecuador e Colombia, e chiedere il permesso ai suoi custodi: il popolo Cofán.

Noi di Progetto Happiness siamo andati a vivere con loro. Abbiamo cercato le piante nella foresta, partecipato a una cerimonia di yagé e scoperto qualcosa che non ci aspettavamo: la loro casa è sotto attacco. E forse, finché non la proteggeremo, non potremo mai parlare davvero di felicità.

Cos’è l’Ayahuasca: la medicina degli Spiriti

L’ayahuasca (in quechua “liana degli spiriti”) è un decotto psicoattivo a base di due piante amazzoniche: la liana Banisteriopsis caapi e le foglie di Psychotria viridis, chiamate chacruna. Le foglie contengono DMT, una molecola psichedelica che il nostro corpo normalmente neutralizzerebbe. La liana blocca l’enzima che la distruggerebbe. In parole semplici: una apre la porta, l’altra entra.

La DMT viene chiamata anche “molecola di Dio” perché il nostro cervello la produce naturalmente solo in momenti estremi: alla nascita e alla morte. Bere ayahuasca significa anticipare quell’incontro. I Cofán la chiamano yagé. Per loro non è una droga, non è un allucinogeno. È medicina. E la differenza, come abbiamo scoperto, sta tutta nel contesto.

I cofán: custodi della foresta

I Cofán sono un popolo di circa 2.500 persone che vive tra Ecuador e Colombia da secoli. Hanno resistito a missionari, malattie e colonizzatori. Non è facile quando vivi sopra una terra piena di risorse naturali e le multinazionali più grandi al mondo radono al suolo i tuoi villaggi per estrarre legname, oro e petrolio.

Ma per i Cofán tutto questo non ha mai avuto senso. Alex, figlio del Taita (la guida spirituale della comunità), ce lo spiega così:

“Questi uomini sono un po’ confusi, perché stanno cercando la ricchezza nel posto sbagliato. Il vero tesoro è davanti a loro ma non lo riescono a vedere. È nascosto nelle foglie e nelle radici.”

Per i Cofán la ricchezza non sta nell’accumulare di più. Sta nel vedere più chiaro. Perché solo chi incontra la propria verità può scegliere una vita felice.

Cercare la medicina nella Foresta

Prima di bere lo yagé, bisogna chiedere alla foresta. Gli ingredienti non si comprano: si cercano. Alex e suo fratello César ci guidano tra sentieri che solo loro conoscono, orientandosi con il sole e i fiumi. Intorno a noi c’è una delle aree con la più alta biodiversità del pianeta. Centinaia di specie di uccelli, mammiferi, anfibi, migliaia di piante medicinali. Per i Cofán la foresta è farmacia e supermercato insieme.

“I nostri nonni arrivano a 115, 120 anni”, ci racconta Alex. “Non perché non si ammalano, ma perché sanno come curarsi. Di malattia, qui, non si muore.”

Troviamo la liana dello yagé e le foglie di chacruna. Esistono diversi tipi di yagé: uno ti fa trasformare in giaguaro, un altro in anaconda. I Cofán scelgono la pianta in base alla visione che vogliono raggiungere. Una conoscenza ancestrale tramandata di padre in figlio da generazioni.

La cerimonia

La notte inizia piano. Osservi, cerchi di restare lucido. Poi qualcosa cambia. Non all’improvviso, ma come una marea che sale senza far rumore. Quando te ne accorgi è già ovunque. Arrivano immagini, sensazioni, ricordi che non sapevi di portarti ancora dentro. Non sono belli, non sono brutti. Sono veri. Provi a controllarli, ma capisci in fretta che resistere non serve a niente.

Il corpo cede prima della mente. Si piega, si svuota, si ribella. Poi, piano, tutto si calma. Ma non arriva nessuna illuminazione clamorosa. Arriva il silenzio. Un silenzio diverso, pieno.

“L’ayahuasca non ti cambia la vita”, abbiamo pensato al mattino. “Ti mette davanti a quello che sei. Senza filtri, senza scuse. E poi ti lascia lì, con una scelta.”

La cerimonia si chiude con la “limpieza”: il Taita frusta la pelle con un’ortica fresca, per riportare il corpo nel presente e lasciar andare tutto quello che la medicina ha mosso durante la notte.

L’altra faccia della storia

Ma il viaggio non finisce qui. Alex ci porta a vedere cosa sta succedendo dall’altra parte del fiume, dove un popolo indigeno vicino ha deciso di distruggere la propria foresta in cambio di denaro. Prima il disboscamento, poi i macchinari, le ruspe, le draghe nei fiumi. E infine il petrolio. Nero, viscoso, ovunque.

“Con questa distruzione non potremmo mai essere felici”, dice Alex. “È macchiare l’acqua che beviamo, gli alimenti, i sogni che i nostri anziani hanno avuto.”

Ci chiediamo come si possa essere felici mentre la propria casa viene distrutta. E la risposta, forse, è che non si può. Non davvero.

Tre Lezioni sulla Felicità

La vera ricchezza è vedere più chiaro

I Cofán non accumulano. Non cercano di più. Cercano di vedere meglio. La medicina non serve per sballarsi: serve per incontrare se stessi e capire chi siamo davvero. Solo così possiamo fare scelte che ci rendono felici.

Non puoi essere felice se la tua casa muore

Alex ce lo dice con una chiarezza disarmante: se la foresta muore, muore anche la cultura dei Cofán. E la foresta amazzonica non è solo casa loro. È casa di tutti noi. La loro battaglia è la nostra.

L’armonia è più importante della vittoria

I Cofán potrebbero entrare in conflitto con i popoli vicini che distruggono la foresta. Ma scelgono l’armonia, anche quando fa male. Perché senza armonia tra indigeni, dicono, il mondo è destinato al disastro.

Riflessione Finale

Non dimenticheremo mai queste immagini. La foresta che sanguina nero, il cielo che si accende di fuoco, comunità che rischiano di scomparire per l’avidità di qualcun altro. Ma abbiamo anche capito qualcosa: i Cofán sono chiamati i guardiani della foresta, ma la Terra è di tutti noi. E forse non potremo mai davvero parlare di felicità finché da qualche parte nel mondo la nostra casa continuerà a morire così.

L’ayahuasca ti mette davanti a quello che sei. Ma forse, oggi, dovremmo tutti guardarci dentro e chiederci: cosa stiamo facendo per proteggere ciò che ci tiene vivi?


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