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Riserva di Pine Ridge: la felicità nel luogo più povero degli Stati Uniti

La riserva di Pine Ridge è la contea più povera d’America. Aspettativa di vita di 47 anni, più bassa dello Yemen. Disoccupazione al 90%. Alcolismo che devasta il 70% della popolazione. Giuseppe Bertuccio D’Angelo ha trascorso giorni in questa terra dimenticata, tra sciamani, rapper, poliziotti e anziani custodi di memorie, per scoprire cosa significhi davvero la felicità quando sembra non restare più nulla.

Una ferita che non si è mai chiusa

Pine Ridge si trova nel South Dakota, nel cuore degli Stati Uniti. Qui vivono gli Oglala Lakota, una tribù del grande popolo Sioux. Un tempo dominavano le Grandi Pianure, cacciavano bisonti e vivevano in armonia con la terra che chiamavano sacra.

Poi arrivò il massacro di Wounded Knee. Era il 1890 quando le truppe del 7° Cavalleria trucidarono circa 300 Lakota, donne, bambini, anziani, in quella che resta una delle stragi più feroci della storia americana. Da quel momento, i nativi americani oggi vivono in quello che sulla carta è territorio autonomo, ma nella realtà assomiglia più a un campo di prigionia a cielo aperto.

“È già il secondo che vediamo a terra in pochi minuti. Questa volta è una donna”, racconta Giuseppe mentre attraversa le strade polverose della riserva. La polizia tribale arriva, quasi abituata a queste scene. Overdose, alcolismo, corpi che cedono. È la normalità qui.

Eppure, in mezzo a tutto questo, Giuseppe ha trovato qualcosa che non si aspettava.

Le voci di chi resiste

Daniel Iron Cloud è uno sciamano. Il suo teepee si trova in mezzo al nulla, circondato solo dal vento e da piccoli girasoli. Quando Giuseppe arriva, Daniel lo accoglie per una cerimonia di purificazione.

“L’America bianca non capisce quello che abbiamo qui”, spiega lo sciamano. “Non riesce a concepire che tutto ciò che esiste è collegato. Se guardi la Terra, è rotonda: non c’è fine, non c’è inizio.”

Tom Redhawk invece è un insegnante. La sua missione è salvare la lingua Lakota, parola dopo parola. Perché una lingua non serve solo a comunicare, serve a sapere chi sei.

“I miei antenati non hanno toccato nemmeno un grammo di alcol. Non erano mai ubriachi. Vivevano una vita semplice, semplicemente da Lakota.” E poi aggiunge: “L’alcol è il killer numero uno dei sogni qui.”

La parola felicità in Lakota si dice iyokipiya. Tom la traduce così: “È come un buon respiro, ma ci metti dentro il cuore e lo spirito. La felicità è un cuore che batte bene, è una connessione con l’universo.”

Tre lezioni sulla felicità da Pine Ridge

Resistere è già una forma di felicità

Per i Lakota, il tempo non serve a lasciarsi qualcosa alle spalle. Serve a non perdersi. Continuare a parlare la propria lingua, raccontare le proprie storie, camminare sulla propria terra sapendo che qualcuno prima di te ha pagato un prezzo altissimo perché tu fossi ancora qui. La felicità qui non significa vincere o superare, significa resistere abbastanza a lungo da poter dire: “Noi siamo ancora qui.”

La connessione conta più del possesso

Lo sciamano Daniel lo ripete: tutto è collegato. La spiritualità Lakota non separa l’uomo dalla natura, il visibile dall’invisibile, il presente dal passato. In un mondo che ci insegna ad accumulare, possedere, competere, i Lakota ci ricordano che la vera ricchezza sta nelle relazioni, con gli altri, con la terra, con chi è venuto prima di noi.

La speranza si costruisce per chi viene dopo

Terrance è un rapper. Il suo nome d’arte è “The Reservation Reject”, il rifiutato della riserva. Ha vinto due Native American Music Awards, eppure vive in una casa fatiscente, mangia razioni governative.

“Se io mostro a un ragazzo della riserva che vivo come lui, ma ho organizzato concerti e aperto per artisti famosi, quel ragazzo penserà: posso farcela anch’io.”

Terrance ha aperto la sua casa alle telecamere non per sé, ma per i giovani Lakota che verranno dopo. Perché abbiano il coraggio di sognare più in grande.

Non c’è fine e non c’è inizio

Prima di partire, lo sciamano Daniel aveva detto una frase che Giuseppe non aveva capito: “Non c’è una fine e non c’è un inizio.”

Adesso, ai piedi di Wounded Knee, il senso diventa chiaro. Per i Lakota il tempo non è una freccia che corre verso il futuro. È un cerchio. Custodire il passato significa proteggere il presente. Restare fedeli a chi sei, anche quando tutto intorno prova a cambiarti.

Forse è questo il senso più profondo di felicità che emerge da questo viaggio. Non vincere. Non superare. Ma resistere.

Resistere abbastanza a lungo da poter dire: noi siamo ancora qui.

E tu  cosa stai resistendo?

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