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Ketama: la valle dell’hashish in Marocco

In Marocco esiste una valle dalla quale parte il commercio mondiale di hashish. Si chiama Ketama. Un business da circa 10 miliardi di euro all’anno. Ma chi sta alla base di questa piramide?

Noi di Progetto Happiness siamo riusciti a entrare nelle piantagioni e a incontrare i coltivatori. Non trafficanti internazionali, non criminali nel senso che immaginiamo: agricoltori che fanno l’unico lavoro disponibile in una delle regioni più povere del Paese.

La loro storia ci ha fatto riflettere. Su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Su chi siano davvero i criminali in questa catena. Su cosa significhi felicità quando non hai alternative.

Cos’è Ketama e perché è famosa nel mondo

Ketama è un piccolo comune di circa 2.000 abitanti nel nord del Marocco, ai piedi della catena montuosa del Rif, a 2.000 metri di altitudine. Le famiglie che vivono qui discendono dalle antiche tribù berbere e vivono di agricoltura e pastorizia.

Ma Ketama è conosciuta nel mondo per un’altra ragione: da qui proviene il 95% della produzione di hashish marocchino. Circa 57.000 ettari di terreno sono dedicati alla coltivazione della cannabis. Secondo il World Drug Report delle Nazioni Unite, il 40% dell’hashish sequestrato nel mondo proviene dal Marocco.

In Marocco la coltivazione e distribuzione di marijuana è tecnicamente illegale. Ma a Ketama questa legge sembra non contare. Le piantagioni non sono nascoste: sono alla luce del giorno, come fossero campi di grano o patate. L’odore è fortissimo, lo senti a chilometri di distanza.

Come siamo riusciti a entrare

Non è stato facile. Appena arrivati nella zona di Ketama, tutti hanno cominciato a fischiarci, ammiccarci, seguirci con la macchina. Ogni persona a bordo strada sembrava uno spacciatore pronto a vendere o a controllare chi fossimo.

Il nostro contatto è arrivato tramite Reda, che parla arabo e ha mosso i suoi contatti locali. Un kebabbaro di Chefchaouen (la famosa Città Blu) conosceva un agricoltore di Ketama e ci ha dato il suo numero.

Dopo un incontro in un bosco con due ragazzi sui 35 anni, una notte in un improbabile hotel a Ketama e una lunga trattativa, siamo riusciti a ottenere il permesso di entrare nella loro tenuta. A una condizione: niente nomi, niente volti riconoscibili.

Dentro le piantagioni di Ketama

Il panorama ci ha sorpresi. Non il deserto che ti aspetti dal Marocco, ma un habitat alpino: abeti, conifere, montagne che sembrano il Trentino. In inverno qui si scia.

Intorno a noi, distese infinite di piante di marijuana. A perdita d’occhio. Accanto, normalissimi orti con pomodori, peperoncini, patate. Come se coltivare cannabis fosse la cosa più normale del mondo. Per loro, in effetti, lo è.

I semi sono europei, comprati a 1 euro l’uno. Le varietà europee e americane producono di più rispetto a quelle selvatiche locali. Quando la pianta è pronta (lo capisci dal colore, quando diventa viola), viene raccolta e messa a seccare.

Poi arriva la fase più affascinante: la battitura. Prendono una bacinella, la coprono con un telo sottile dal quale può passare il polline, e battono le piante secche con dei bastoni. Per ore. A un ritmo quasi spirituale. Il polline che cade attraverso il telo diventa hashish.

“È un metodo antichissimo”, ci spiegano. “I nostri nonni facevano esattamente così.”

Sono i famosi “tamburi di Ketama”: ore di lavoro manuale per ottenere pochi grammi di prodotto. Ma quei grammi valgono tantissimo.

Chi sono davvero i coltivatori

Li abbiamo chiamati “Paolo” e “Francesco” per proteggere la loro identità. Quando abbiamo provato a riprenderli, si sono irrigiditi. Hanno iniziato a fare finta di non capire il francese, a coprirsi il volto con il cappuccio.

Stavano rischiando. Lo sapevano. Ma hanno voluto raccontarci la loro vita.

“Noi siamo solo semplici agricoltori”, ci ha detto uno di loro. “È altra gente che la vende.”

Lavorano 365 giorni all’anno. Fumano 20 canne al giorno (“Macché una… Venti!”). Le loro famiglie fanno questo mestiere da generazioni. I figli faranno lo stesso. A Ketama non c’è alternativa: è l’unica professione disponibile.

Quando abbiamo chiesto cosa pensano del loro lavoro, la risposta è stata semplice:

“È quello che abbiamo sempre fatto. È quello che sanno fare tutti qui.”

La felicità secondo un coltivatore di hashish

Non potevamo andarcene senza fare la domanda che facciamo a tutti: cos’è per te la felicità?

“La felicità? Avere salute. Una famiglia unita. Abbastanza da mangiare.”

Niente di diverso da quello che ci hanno detto contadini, monaci, nomadi in ogni angolo del mondo. La felicità, alla fine, è sempre la stessa: le cose semplici. Anche quando il tuo lavoro alimenta un mercato da miliardi di euro.

Riflessione finale

Per questo reportage non vogliamo fare una riflessione che vi accompagni verso un insegnamento preciso. Questa volta vogliamo lasciare piena libertà nel ricevere questa storia e capire secondo voi cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Ci siamo trovati davanti persone che non stavano facendo del business mondiale come viene descritta la valle del Ketama. Per loro è semplicemente un lavoro. Pericoloso, sì. Ma l’unico che possono fare.

Forse la domanda non è se quello che fanno sia giusto o sbagliato. Forse la domanda è: cosa faremmo noi al loro posto?

Ogni Venerdì, una nuova filosofia di felicità dal mondo.

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