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Dentro le difficoltà, con la Juventus nel cuore

Fa strano vedere uno stadio vuoto. Siamo abituati a vederlo pieno, quando urla, quando spinge, quando sembra vivo. Ma la verità è che questo posto, come tante persone, vive soprattutto quando nessuno lo guarda.

Fuori da qui ci sono milioni di uomini che fanno la stessa cosa: vanno avanti in silenzio, senza far rumore. Uomini che lavorano, che tengono in piedi famiglie, che non si fermano mai. Ma che dentro, spesso, stanno crollando.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la depressione è una delle principali cause di sofferenza per gli uomini, che parlano molto meno delle proprie emozioni rispetto alle donne e tendono a isolarsi nei momenti difficili. Questo silenzio ha conseguenze drammatiche: nel mondo circa il 70% dei suicidi riguarda gli uomini. In Italia la quota sale a quasi l’80%.

Noi di Progetto Happiness, insieme alla Juventus, abbiamo incontrato tre tifosi in tre angoli del mondo. Tre uomini che hanno attraversato momenti difficili e che grazie a una maglia hanno trovato un motivo per restare.

Ani, Toronto: “La Juve è la famiglia che non avevo più”

Ani ha 41 anni, è libanese, vive a Toronto da quando ne aveva 17. Ha due figlie meravigliose e una moglie che lo guarda esultare, disperarsi, urlare davanti alla TV e lo ama esattamente così com’è.

Ma la scelta di partire non è stata capita. Con il tempo il legame con la sua famiglia d’origine si è spezzato. Le chiamate sono diventate sempre più rare, le visite quasi impossibili. Ani si è ritrovato dall’altra parte del mondo senza più un posto dove tornare davvero.

“Vorrei chiamare mia madre e mio padre, raccontargli le cose bellissime che sto vivendo. Ma quando mandi quel messaggio e non ti torna indietro niente, ti senti vuoto in una parte del cuore che dovrebbe essere piena d’amore.”

Per lui la Juve non è una fuga. È un ponte. Un ponte tra il Libano che ha lasciato e il Canada che ha costruito.

“La mia famiglia in Libano, quando me ne sono andato, di fatto non esisteva più. Però io ho una famiglia che non avevo mai incontrato in vita mia: la Juventus. Li incontro ogni sabato o domenica. Mi rendono felice. A volte mi rendono triste, ma poi mi rendono di nuovo felice. Questo significa famiglia.”

Il suo messaggio: “È ora che noi uomini usciamo dallo stigma. Essere vulnerabili non è debolezza, dimostra forza e potere.”

Giovanni, Colombia: “La Juve mi ha salvato la vita”

Giovanni vive a Cali, in Colombia. Il suo idolo è Buffon. Tra tutte le maglie della sua collezione, ce n’è una che non è appesa insieme alle altre: la indossa quasi come fosse qualcosa di sacro. Era di suo fratello, scomparso da 8 anni. Giovanni non sa se sia vivo o morto.

“Quando mio fratello è scomparso, mi sono ritrovato in un casino, in una confusione. La disperazione stava per prendere una strada molto brutta, con cattivi desideri e pensieri. Avevo persino pensato di togliermi la vita.”

Poi, dal nulla, è arrivato un bambino.

“Ero in un parco, completamente distratto. È arrivato un bambino e mi dice di non farlo, che devo sempre mostrare il coraggio che mi contraddistingue. Mi dice: ‘Guardi il colore che ha addosso’. Ho guardato e avevo la maglia della Juve. In quel momento ero così cieco che non avevo visto che anche lui aveva addosso una maglia della Juve.”

Giovanni non ha mai più rivisto quel bambino.

“Questo è uno dei motivi più grandi per cui dico che vivere è bello. La Juventus mi ha salvato la vita.”

Il suo messaggio: “Noi uomini abbiamo forza fisica, ma mentalmente siamo più fragili. Bisogna sempre cercare aiuto. Non puoi chiuderti in quel tunnel, devi uscirne.”

Pietro, Italia: “Non ho mai mollato fino alla fine”

Pietro ha 18 anni, vive a Cattolica. È nato con la sindrome di Crouzon, una condizione rara che fin da piccolo lo ha costretto a fare i conti con ospedali, operazioni e sguardi difficili da sostenere.

Ha subito bullismo per anni. La cosa peggiore, racconta, era vedere i suoi genitori impotenti di fronte a quell’odio gratuito.

“Ci sono stati dei giorni che mi sporgevo dalla finestra del mio bagno e dicevo: ‘Quanto c’è di altezza da qua al garage? Saranno 6 metri, non so se mi butto cosa succede’. Mi sono detto: basta, mi butto, scompaio così nessuno chiederà più di me.”

Poi si è fermato.

“Mi sono detto: così fai un torto ai tuoi genitori, ai tuoi familiari che hanno combattuto dal giorno zero con te, che non si sono mai arresi. Io sono forte, ho attraversato la morte, ho combattuto la morte. Non farlo.”

Oggi Pietro è un ragazzo sereno, con un sorriso leggero.

“Nel 2026 posso dire: ne è valsa la pena. Ho conosciuto persone splendide. Ho capito che il dolore passato ha aumentato la felicità del mio presente. Non ho lasciato che il mio passato mi influenzasse, perché sennò non vedrai mai le possibilità di una felicità futura.”

Il suo messaggio: “La Juve mi ha trasmesso il suo DNA: fino alla fine. Io me lo sono incarnato. Non ho mai mollato.”

Il filo invisibile

Chissà quante storie simili a quelle di Ani, Giovanni e Pietro ci sono là fuori. Quante vite invisibili, quante battaglie combattute in silenzio.

Storie lontane, vicine, che non si incontrerebbero mai. Eppure sono tutte connesse da qualcosa di semplice ma incredibilmente potente: una maglia, 90 minuti, la sensazione di non essere l’unico a lottare.

Non è il calcio che salva. È quello che ti fa sentire: la sensazione di poter restare anche quando sarebbe più facile sparire, di appartenere a qualcosa di più grande anche del tuo dolore.

Riflessione finale

Viviamo in un’epoca in cui siamo sempre connessi, ma sempre più soli. Gli uomini, in particolare, faticano a parlare delle proprie emozioni. Chiedere aiuto viene ancora visto come debolezza, quando invece è la dimostrazione più autentica di forza.

Ani, Giovanni e Pietro ci hanno insegnato qualcosa di importante: non sei solo. Qualunque cosa tu stia attraversando, c’è sempre un motivo per restare. A volte basta un dettaglio, una maglia con un nome stampato sulla schiena, per ricordarti che il cuore batte ancora.

Se tu o qualcuno che conosci sta attraversando un momento difficile, parla con qualcuno. Non devi farcela da solo.

Telefono Amico: 02 2327 2327

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