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Kushti: allenamento tra i lottatori più duri d’India

Il Kushti è una delle forme di lotta più antiche del mondo. Chi lo pratica vive dentro un Akhada, dorme sulla nuda terra, fa voto di castità e ripete lo stesso movimento anche mille volte al giorno pur di diventare un Pahalwan, un vero lottatore. Io di Progetto Happiness sono volato fino a Kolhapur, nel cuore dell’India, per allenarmi in una delle scuole di lotta più antiche al mondo e capire cosa spinge questi ragazzi a rinunciare a tutto per un sogno.

Quello che ho scoperto va oltre lo sport: dietro ogni caduta nell’argilla c’è qualcuno che sta imparando a rialzarsi, nella lotta come nella vita.

Cos’è il Kushti: la lotta scritta nell’argilla

L’uomo ha sempre lottato: non solo per vincere sull’altro, ma per capire chi è davvero. Il Kushti è una delle pratiche di lotta più antiche del mondo e, sul piano tecnico, ricorda la lotta libera: l’obiettivo è sbilanciare l’avversario, portarlo a terra e immobilizzarlo con le spalle al suolo.

C’è però una differenza fondamentale: qui non si combatte su un tappeto, ma su un’arena di argilla che rende ogni presa, ogni caduta e ogni movimento completamente diversi. Quella terra rossa non è semplice argilla: è un mix di ghee (burro chiarificato), yogurt e curcuma, pensato per restare morbido e disinfettare la pelle di decine di corpi che si allenano ogni giorno.

I lottatori vengono chiamati Pahalwan e vivono all’interno delle Akhada, antiche accademie dove ogni giornata ruota attorno a un solo obiettivo: diventare più forti di ieri. Ci si allena prima dell’alba, si mangia, si dorme e si vive tutti insieme, seguendo regole che da secoli passano da maestro (chiamato guru) ad allievo. Qui, dicono loro, si entra bambini e si esce uomini.

Dentro l’Akhada dove si entra bambini e si esce uomini

La prima cosa che colpisce entrando in un Akhada è il buio. La luce è bassissima, quasi assente, e non è un caso: serve a far entrare i lottatori in uno stato di concentrazione totale, quello che in Occidente chiameremmo flow, dove il mondo esterno smette di esistere. C’è anche un motivo pratico: l’oscurità mantiene un microclima che tiene l’arena umida e morbida.

Molti di questi ragazzi arrivano da bambini dalle zone rurali dell’India e affidano letteralmente la propria vita a questo luogo. Non possono uscire dall’accademia, non possono comprare cibo fuori, non mangiano mai al ristorante: cucinano da soli, con il ghee al posto dell’olio, perché convinti che l’olio usato fuori faccia male al corpo. Dormono ammassati, anche in ottanta persone tra stanze e corridoi, e non lo vivono come un sacrificio: “siamo fratelli”, mi dicono più volte. Tutto quello che possiedono sta in una piccola scatola di legno portata da casa.

Allenarsi fino a quando il corpo smette di chiedere di fermarti

L’allenamento è rimasto praticamente identico da secoli. Parte da due esercizi soltanto: i dand, piegamenti dinamici che sviluppano forza e coordinazione, e i baithak, squat ripetuti a un ritmo impressionante. La cosa che mi ha lasciato senza parole non è come li eseguono, ma quante volte: 500, 1.000, a volte anche di più, ogni singola mattina, fino a quando il corpo smette letteralmente di chiedere di fermarsi.

A questo si aggiungono gli attrezzi tradizionali: la gada, una pesante mazza ispirata al dio Hanuman, e le jori, enormi clave di legno che mettono alla prova spalle e resistenza. Nel pomeriggio si torna nell’arena per lo sparring, il momento in cui un lottatore è forse più libero: qui non deve vincere, deve giocare, ma sul serio. Può rischiare una proiezione, sbagliare il tempo, cadere. Ed è proprio cadendo, ripetutamente, sotto lo sguardo del guru che corregge ogni errore, che un movimento pensato mille volte diventa istinto.

Ho provato anche io a camminare portando sulle spalle uno degli attrezzi da allenamento, trascinando i piedi nella sabbia come per arare il terreno: dopo pochi metri capisco che qui perdere l’equilibrio fa parte dell’allenamento tanto quanto vincere un incontro.

Il khurak: la dieta che costruisce un Pahalwan

Per un vero Pahalwan il cibo è parte integrante dell’allenamento. La loro dieta si chiama khurak: semplice, ma incredibilmente calorica. Ogni giorno un lottatore assume dai 4 ai 6 litri di latte, più di 50 mandorle e fino a mezzo litro di ghee. Niente hamburger, niente pizza, niente cibo spazzatura: tutto ciò che entra nel corpo deve essere naturale e cucinato a mano.

Dopo l’allenamento ho bevuto insieme a loro la thandai, la loro bevanda di recupero: latte di mandorle pestato a mano nel mortaio con semi di finocchio, petali di rosa e pepe nero. “Fuori bevete solo roba chimica”, mi dicono ridendo, mentre mi passano la ciotola. Anche qui esiste una gerarchia precisa: beve per primo chi è il più forte dell’accademia, poi tutti gli altri, a scendere.

Il voto di castità: il segreto per diventare un vero campione

C’è un altro segreto per diventare un vero campione, mi spiegano, ancora più importante della dieta: la castità. Rimanere celibi, secondo loro, rende più forti. Chi entra in un Akhada e vuole arrivare ai vertici deve rispettare questo voto per tutta la durata della propria carriera, rinunciando a una relazione, a una famiglia, a una vita fuori da quelle mura.

Non è un dettaglio marginale: qui l’allenamento non serve solo a costruire un lottatore, ma un uomo.

“Non ci limitiamo ad allenarti, ti insegniamo a diventare una brava persona, ti diamo un’istruzione, ti facciamo studiare”.

La lotta, dicono, è solo una parte dello scopo.

Laukik, il campione che non si è mai fermato

Tra questi ragazzi conosco Laukik, il campione della scuola, primo nella classifica del suo Stato. Nell’ultimo anno e mezzo ha avuto un infortunio gravissimo: gli hanno rimosso sei frammenti dalla colonna vertebrale e per quasi otto mesi non ha potuto fare altro che restare sdraiato. Gli chiedo se abbia mai pensato di mollare.

“Mai, nemmeno quando mi sono fatto male. Non importa cosa possa succedermi: non lascerò la palestra e non rinuncerò al sogno di vincere una medaglia per l’India”.

Con le sue vittorie a livello nazionale può guadagnare fino a 40.000 rupie (circa 430 euro) per un solo combattimento, vinca o perda. Ma quando gli chiedo della sua famiglia, il suo tono cambia: sono orgogliosi di lui, dice, sua madre, suo padre, sua sorella maggiore. E vuole che un giorno anche i più giovani dell’Akhada superino lui:

“voglio che si aggrappino a sogni grandi, senza pensare soltanto al fisico. Qui dentro si imparano tantissime altre cose: quanto rispetto dare agli altri, come comportarti. Sono cose che, secondo me, tutti dovrebbero imparare”.

Il sogno nato da una lettera d’addio

Verso sera, quando l’arena si svuota e restano solo lui e io seduti sulla stessa terra che fino a poco prima sembrava un campo di battaglia, Laukik mi racconta da dove nasce davvero la sua forza di volontà. Suo zio si è tolto la vita bevendo del veleno. Nella lettera che ha lasciato prima di morire aveva scritto una cosa sola: che Laukik doveva diventare il più grande lottatore della nazione, arrivare a competere a livello nazionale e internazionale.

“Ogni volta che mi alleno, quelle parole mi tornano in testa. Anche quando corro con le cuffie e la musica, nella mia testa sento la sua voce che mi motiva. Devo farcela. Devo riuscirci. Per lui”.

Ogni giorno fa ottocento, novecento ripetizioni. Se serve, ne farebbe altre mille.

“Qui trovo una pace che non riesco a trovare da nessun’altra parte. E sai perché? In realtà non riesco nemmeno a spiegarlo”.

Tre lezioni sulla felicità dal Kushti

La felicità comincia prima del podio

Per ragazzi come Laukik, penso, la felicità comincia molto prima di una medaglia. Comincia quando trovi qualcosa in cui credere così tanto da accettare la fatica, le cadute e anche le rinunce, ma continui comunque a tornare su quella terra ogni singolo giorno.

Un sogno grande dà una direzione a ogni giornata

Magari un giorno arriverà una medaglia, magari arriveranno anche le Olimpiadi. Ma intanto quel sogno sta facendo qualcosa di molto più importante: dà una direzione a ogni singola giornata. Perché è ciò per cui scegli di lottare ogni giorno che racconta davvero chi sei.

Cadere fa parte dell’allenamento quanto vincere

Ogni volta che un lottatore finisce con la schiena nella terra, deve capire cosa ha sbagliato, rialzarsi e riprovarci. Ancora e ancora, fino a quando un movimento pensato mille volte diventa istinto. Forse vale anche fuori da un Akhada: non conta quante volte cadi, ma che tu scelga sempre di rialzarti.

Guarda il reportage completo

Sono volato a Kolhapur per allenarmi in uno dei più antichi Akhada dell’India: allenamenti all’alba, arena di argilla, voto di castità e migliaia di ripetizioni al giorno. Un viaggio dentro il Kushti per capire cosa significhi davvero diventare un Pahalwan, e cosa c’entri tutto questo con la felicità.

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Domande frequenti sul Kushti

Cos’è il Kushti?

Il Kushti è una forma tradizionale di lotta indiana, tra le più antiche al mondo. Si pratica su un’arena di argilla mista a ghee, yogurt e curcuma, invece che su un tappeto, e l’obiettivo è sbilanciare l’avversario e immobilizzarlo a terra con le spalle.

Cos’è un Akhada?

L’Akhada è un’antica accademia di lotta indiana dove i Pahalwan vivono, si allenano e dormono insieme, seguendo regole molto rigide tramandate da secoli da maestro (guru) ad allievo. Molti lottatori vi entrano da bambini e vi trascorrono l’intera adolescenza.

Cos’è il voto di castità nel Kushti?

Molti Pahalwan scelgono di rimanere celibi per tutta la durata della loro carriera agonistica, convinti che l’astinenza renda il corpo e la mente più forti. È considerato uno dei segreti per diventare un vero campione.

Cos’è il khurak, la dieta dei lottatori indiani?

Il khurak è la dieta tradizionale dei Pahalwan: molto calorica e a base di ingredienti naturali, tra cui 4-6 litri di latte al giorno, decine di mandorle e fino a mezzo litro di ghee. Sono esclusi cibi fritti, pesanti o industriali.

Quanto guadagna un lottatore di Kushti in India?

Un lottatore alle prime armi può guadagnare circa 25.000 rupie (270 euro) per incontro negli Akhada locali. I campioni più affermati, con medaglie a livello nazionale, arrivano fino a 40.000-50.000 rupie (430-540 euro) a combattimento.

Riflessione finale

Torno a casa con addosso i dolori di un allenamento che, mi rendo conto solo ora, non finisce mai davvero. E con la voce di un ragazzo che ripete a se stesso, ogni giorno, la promessa fatta a chi non c’è più.

Quello che mi porto via da Kolhapur non è la tecnica di una presa o il sapore del ghee. È la scoperta che dietro ogni caduta nell’argilla c’è qualcuno che sta scegliendo, ogni singola volta, di rialzarsi. E forse è proprio questo il punto: non è la medaglia a raccontare chi sei, ma ciò per cui scegli di lottare ogni giorno.

E tu, per cosa saresti disposto ad allenarti ogni giorno, anche senza sapere se arriverà mai una medaglia?

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