Sadhu: cosa ho scoperto tra gli asceti più estremi dell’India
I Sadhu sono gli asceti più estremi dell’India. Rinunciano a tutto: famiglia, denaro, nome, identità. C’è chi tiene un braccio alzato per vent’anni, chi non si siede mai, chi cammina nudo da trent’anni. Sono andato a Haridwar, una delle quattro città più sacre dell’India, per incontrarli e capire cosa li spinge a portare il corpo oltre ogni limite immaginabile. Quello che ho scoperto mi ha costretto a guardarmi dentro come mai prima: più questi uomini si spogliano di tutto, più il mondo sembra prendersi cura di loro.
Chi sono i Sadhu
In India da più di 3.000 anni esiste un’idea radicale: che la vita non sia solo questa, che nascita, morte e rinascita si ripetano all’infinito. Un ciclo chiamato Saṃsāra.
E allora se tutto si ripete, come ci si può liberare da questo ciclo infinito?
Questa risposta la custodiscono i Sadhu, uomini che fanno una scelta estrema: uscire dal mondo. Il termine sādhu significa “colui che va dritto verso l’obiettivo”. E quell’obiettivo è uno solo: Mokṣa, la liberazione. Smettere di nascere, smettere di morire, smettere di tornare.
Per farlo rinunciano a tutto. Spesso attraversano un vero e proprio rituale di morte simbolica: la persona che erano non esiste più. Da quel momento vivono ai margini, sulle rive dei fiumi, nei templi, nelle grotte, senza possedere più nulla.
Haridwar: la porta degli dèi
Ci troviamo a Haridwar, una delle quattro città più sacre dell’India. Geograficamente si trova in un punto unico: è esattamente dove il fiume Gange esce dalle montagne dell’Himalaya per entrare nelle pianure del nord.
Un confine simbolico potentissimo. Le montagne dell’Himalaya rappresentano il mondo spirituale, l’isolamento e l’ascesi. La pianura rappresenta il mondo umano, la società e la vita quotidiana. Haridwar è il punto in cui questi due mondi si incontrano.
Per questo viene chiamata “la porta degli dèi”.
La missione di oggi è tanto semplice quanto complessa: cercare dei Sadhu veri. Perché qui, in una città sacra come questa, arrivano migliaia di pellegrini ogni giorno. Insieme a loro anche furfanti che si fingono asceti per chiedere soldi in cambio di benedizioni.
I Naga Sadhu: gli asceti coperti di cenere
Lungo le acque sacre del Gange incontriamo i Naga Sadhu, gli asceti più estremi dell’India.
Non sembrano appartenere al mondo che conosciamo. Si cospargono il corpo di cenere per ricordarsi che tutto prima o poi finisce: il corpo, l’identità, l’ego. L’arancione che indossano rappresenta la rinuncia, il colore del fuoco che brucia gli attaccamenti.
Venerano Shiva, il dio della distruzione. Vogliono distruggere l’illusione per arrivare alla verità. Distruggere tutto ciò che li tiene legati: il desiderio, la paura, l’idea stessa di sé.
Il loro Guru sembra particolarmente incuriosito dalla nostra ricerca della felicità.
“Sai a cosa dobbiamo davvero rinunciare? A ogni attaccamento: genitori, società, amore, denaro, proprietà. L’uomo si lascia sedurre da queste cose, le rincorre. Ed è proprio quell’attaccamento che ci tiene prigionieri.”
Gli chiedo del Mokṣa.
“Mokṣa significa non dover più rinascere. Liberarsi definitivamente dal ciclo della nascita e della morte. Ma io, per il momento, non sto ancora cercando di raggiungerlo. Sento che il compito per cui sono venuto al mondo non è ancora stato portato a termine.”
La pratica estrema che non mi aspettavo
Il Guru ci parla di una pratica che insegna solo ai discepoli più avanzati. Una tecnica per sconfiggere il desiderio. All’inizio non capiamo cosa voglia dire. Finché decide di mostrarcelo.
Avvolge i genitali attorno a un bastone d’oro e continua a torcerlo lentamente. Poi un discepolo sale sul bastone con tutto il peso.
È difficile anche descriverlo. Quando ha finito perdeva sangue. Ma per loro questo è un addestramento: scollegare il cervello dal dolore, rendere insensibile l’organo più sensibile del corpo. Per non avere pulsioni sessuali e per controllare ogni sensazione.
“È grazie alla mia pratica spirituale che ho acquisito questa forza. La considero un dono ricevuto da Dio.”
Non avevo mai visto niente del genere.
I Digambara: trent’anni di cammino nudi
Mi sento un misto tra emozionato ed eccitato nel raccontarvi questa storia.
Questi asceti straordinari camminano per tutta l’India da trent’anni. Migliaia e migliaia di chilometri. Nudi. Senza scarpe. Senza nessuna proprietà. Hanno abbandonato tutto per diventare dei Digambara, tra gli asceti più estremi al mondo.
Per loro la non violenza significa non uccidere nessun essere vivente: nessun insetto, nessun batterio se possibile. Non si fanno la doccia perché nell’acqua ci sono miliardi di batteri. Usano un panno bagnato per lavarsi. Portano un piumino di piume di pavone per pulire il luogo dove si siedono.
Mangiano una sola volta al giorno. Il cibo deve essere cucinato al massimo tre ore prima, per evitare la fermentazione che creerebbe batteri.
“Liberarsi da queste cose significa vivere con il minimo indispensabile”, mi spiega il loro maestro. “Più ci liberiamo dal superfluo, più sperimentiamo la beatitudine interiore.”
Il paradosso che continuo a ritrovare
Fermatevi un attimo a pensarci. Questi tre uomini camminano da trent’anni completamente nudi. Non possiedono più nulla. Non hanno una casa in cui tornare. Non hanno una famiglia. Non hanno neanche i documenti.
Eppure, ogni volta che entrano in una città, vengono accolti da centinaia di persone. I loro discepoli sanno sempre dove si trovano grazie ai gruppi WhatsApp. C’è chi cucina per loro, chi offre un luogo dove dormire, chi cammina al loro fianco.
Ed è questo il paradosso più grande che continuo a ritrovare in India: più questi uomini si spogliano di tutto, più il mondo sembra prendersi cura di loro. Più lasciano andare, più ricevono.
Il Sadhu che non si siede mai
Sulle montagne sacre che circondano Haridwar, dentro una caverna, vive un Sadhu che da anni non si siede. Mai. Ha fatto una scelta radicale: restare in piedi. Sempre. Giorno dopo giorno. Notte dopo notte.
“Il corpo deve provare dolore”, mi spiega. “Solo imparando ad andare oltre il dolore si può arrivare alla verità. Quando non si sente più nemmeno il proprio corpo, si va oltre tutto questo. Vivere nel corpo senza appartenere al corpo.”
“Tra il devoto e Dio non rimane più alcuna separazione. Si raggiunge ciò che è imperituro. A quel punto non cerchi più qualcosa fuori di te: diventi tu stesso ciò che stavi cercando.”
Vent’anni con il braccio alzato
L’ultimo incontro di questo viaggio è con uno dei pochissimi Sadhu al mondo che ha scelto un’austerità ancora più estrema: vivere con il braccio alzato. Sempre. Tutta la vita. Senza mai abbassarlo.
Ormai i muscoli del braccio si sono completamente atrofizzati. Le articolazioni sono bloccate. Quel braccio è praticamente morto. Ma in tutto il paese è diventato un simbolo di rinuncia, di controllo e di totale distacco dal corpo.
“Dimmi, quante persone ricordano Dio quando sono felici?”, mi chiede. “I saggi insegnano che è proprio nella sofferenza che ci si avvicina al Divino. Chi sa sopportare il dolore è l’unico che può raggiungere la meta.”
“Non avrei mai immaginato di vivere con il braccio alzato. Ho trascorso 25 anni tra Sadhu e maestri spirituali. Ho viaggiato per il mondo. Poi ho scelto questa penitenza.”
“Noi siamo andati oltre la vita e la morte. Anche quando questo corpo non ci sarà più, la nostra pratica continuerà.”
Tre lezioni sulla felicità dai Sadhu
Più lasci andare, più ricevi
Il paradosso più grande dell’India: questi uomini hanno rinunciato a tutto, eppure il mondo si prende cura di loro. Forse c’è qualcosa da imparare sul rapporto tra il lasciar andare e il ricevere.
La sofferenza può essere una porta
Per i Sadhu, il dolore non è qualcosa da evitare. È uno strumento per andare oltre i limiti del corpo e della mente. Non è una lezione facile da accettare, ma vale la pena rifletterci.
Quanto rumore c’è nella tua vita che non ti appartiene?
Passo la mia vita ad accumulare: oggetti, aspettative, conferme. Loro invece tolgono, rinuncia dopo rinuncia. Non so se per essere liberi bisogna spingersi così oltre. Ma la domanda resta: quanto di quello che inseguo ogni giorno lo desidero davvero io?
Guarda il reportage completo
C’è chi tiene un braccio alzato per vent’anni, chi non si siede mai, chi cammina nudo da trent’anni. Sono andato a Haridwar per incontrare i Sadhu e capire cosa li spinge a portare il corpo oltre ogni limite. Le loro risposte mi hanno costretto a guardarmi dentro.
Ti potrebbe interessare anche:
- Sciamanesimo: cosa abbiamo scoperto in Mongolia
- Monte Athos: dentro l’unica nazione vietata alle donne
Domande frequenti sui Sadhu
Chi sono i Sadhu?
I Sadhu sono asceti indiani che rinunciano a tutto per raggiungere la liberazione spirituale (Mokṣa). Abbandonano famiglia, denaro, identità e vivono ai margini della società: nei templi, sulle rive dei fiumi, nelle grotte. In India sono considerati uomini sacri.
Cosa significa Mokṣa?
Mokṣa è un concetto centrale dell’induismo e significa liberazione dal ciclo delle rinascite (Saṃsāra). Per i Sadhu, raggiungere il Mokṣa significa smettere di nascere, morire e rinascere, liberandosi definitivamente dal mondo materiale.
Perché i Sadhu si coprono di cenere?
La cenere ricorda che tutto è destinato a finire: il corpo, l’identità, l’ego. È un simbolo di rinuncia e distacco. I Naga Sadhu usano cenere proveniente dai fuochi sacri o dai luoghi di cremazione.
Cos’è la pratica del braccio alzato?
Alcuni Sadhu scelgono di tenere un braccio alzato per anni o per tutta la vita come forma estrema di austerità. Con il tempo i muscoli si atrofizzano e le articolazioni si bloccano. È considerato un simbolo di totale distacco dal corpo.
Cosa sono le Tapas?
Le Tapas sono pratiche di austerità che spingono il corpo oltre ogni limite. Includono digiuni estremi, posture mantenute per anni, privazione del sonno e del comfort. L’obiettivo è superare i limiti del corpo per raggiungere la verità spirituale.
Riflessione finale
Per giorni ho raccolto le storie straordinarie di uomini che cercano letteralmente di scomparire dal mondo. E le loro parole mi hanno costretto a guardarmi dentro come mai prima.
Passo la mia vita ad accumulare: oggetti, aspettative, conferme. Versioni di me da difendere davanti agli altri. E più aggiungo, più faccio fatica a capire chi sono davvero.
Loro invece hanno scelto il contrario. Invece di aggiungere, tolgono. Rinuncia dopo rinuncia. Fino a restare soli davanti a se stessi.
Non so se questa sia la verità. Non so se per essere liberi bisogna davvero spingersi così oltre. Ma il punto di questa storia non è copiarli.
Forse il punto vero sono le domande che restano: quanto rumore c’è nella mia vita che non mi appartiene davvero? E quanto di quello che inseguo ogni giorno lo desidero veramente io?
Tornerò a casa con più dubbi di prima. Ma forse è giusto così. Perché alcuni viaggi non servono a trovare risposte: servono a farmi domande migliori.
📬 Ogni venerdì, una nuova filosofia di felicità dal mondo.