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Berkutchi: gli ultimi cacciatori con le aquile della Mongolia

I berkutchi sono gli ultimi cacciatori con le aquile della Mongolia: da oltre 2.000 anni i kazaki dell’Altai catturano un’aquila reale a mani nude e la addestrano a cacciare al loro fianco, come un figlio. Io di Progetto Happiness ho vissuto qualche giorno con Batu e suo figlio Rinat, tra le montagne dell’Altai occidentale, per capire cosa significhi tenere viva una tradizione che rischia di scomparire per sempre. Quello che ho scoperto è un legame tra uomo e animale che va oltre la caccia: è un patto di fiducia che dura una vita intera.

Chi sono i berkutchi: i cacciatori con le aquile della Mongolia

Nel cuore delle vaste steppe della Mongolia occidentale vivono i kazaki, discendenti di antiche tribù dell’Asia centrale. Da oltre 2.000 anni hanno perfezionato l’arte della caccia con uno dei rapaci più potenti al mondo, l’aquila reale. Questi aquilieri, chiamati berkutchi, addestrano gli aquilotti sin dai primi mesi di vita, instaurando un legame profondissimo con i loro compagni di caccia.

È una tradizione però in pericolo: i berkutchi stanno scomparendo, i più giovani preferiscono le promesse della città alla vita da cacciatore, mentre il cambiamento climatico riduce le prede naturali disponibili sulle montagne. Batu e suo figlio Rinat sono tra gli ultimi cacciatori con le aquile della Mongolia dell’Altai, e mi hanno accolto nella loro famiglia per raccontare al mondo una cultura che non vogliono veder scomparire.

Catturare l’aquila a mani nude: la cerimonia che rende cacciatori

Per diventare un vero berkutchi bisogna catturare la propria aquila a mani nude, arrampicandosi fino al nido lungo le ripide cime dell’Altai. È una cerimonia di passaggio che richiede coraggio, perché più il nido è difficile da raggiungere, più l’aquila catturata sarà potente: è così che i migliori cacciatori scelgono le migliori aquile, quando le uova si schiudono in primavera. Un pulcino preso direttamente dal nido, inoltre, può essere addestrato più velocemente, e per questo motivo vale la pena rischiare così tanto.

Fin dai primi giorni l’aquilotto viene esposto ai suoni e agli odori dell’uomo, per imparare a riconoscerli come parte del proprio habitat. La fiducia è tutto: l’aquila deve sentirsi al sicuro con il proprio addestratore per essere disposta ad aiutarlo a cacciare, e per questo la famiglia dedica ore ogni giorno a nutrirla, curarla e persino parlarle.

“Ci si deve prendere cura della propria aquila come si farebbe con un figlio. Io vedo questi uccelli come miei figli”.

L’addestramento e gli strumenti di una tradizione millenaria

Nei mesi autunnali l’aquilotto inizia un lungo addestramento fatto di pazienza: si usa un’esca, un pezzo di carne legato a una corda, e ogni volta che l’aquila la afferra viene premiata con altro cibo. Man mano che diventa più sicura, la distanza tra lei e l’esca aumenta, fino a insegnarle a cacciare davvero e a tornare con fiducia sul braccio del cacciatore.

Anche gli strumenti raccontano secoli di adattamento: la sella tradizionale kazaka è stretta e scomoda, ma ha un appoggio pensato apposta per far riposare il braccio quando regge un’aquila che pesa diversi chili. Il tomaga, il cappuccio dell’aquila fatto su misura per ogni esemplare, la tiene calma durante gli spostamenti: una volta tolto, l’aquila può vedere fino a due chilometri di distanza per individuare una preda.

“È il più grande, il più sacro, è l’uccello più potente in natura. Ecco perché per noi l’aquila è la regina dei cieli”.

Un rapporto che può costare caro

Il legame con questi rapaci non è privo di rischi. Ogni artiglio, secondo la tradizione kazaka, ha la forza di un uomo: un’aquila non addestrata bene può ferire facilmente viso, gamba o braccio. Uno dei cacciatori mi racconta di essere stato colpito una volta da un’aquila selvatica mentre le dava da mangiare, che gli ha perforato il braccio con l’artiglio: “sono stato fortunato a non perderlo”.

Provo io stesso, sotto la guida di Rinat, a rilasciare un’aquila perché atterri sul braccio del suo addestratore. Al primo tentativo sbaglio: tengo troppo stretta la cordicella alle sue zampe e l’aquila non riesce a partire. Al secondo tentativo funziona, e il cuore inizia a battermi a mille: attraverso il guanto di pelle di yak, spesso come legno, sento comunque tutta la potenza dei suoi artigli. Per un attimo, mentre la rilascio, mi guarda negli occhi, e capisco perché chi la addestra da una vita non smette mai di rispettarla.

Il giorno in cui l’aquila torna libera

Come da tradizione, le aquile catturate in natura vengono liberate quando diventano in grado di riprodursi, dopo cinque o sei anni trascorsi insieme al proprio cacciatore. Il rilascio avviene in primavera, quando il cibo è abbondante: un ultimo pasto, un fazzoletto bianco legato alla zampa e il volo libero dalla cima della montagna.

“È sempre difficile lasciarle andare, dopo tutti questi anni insieme. Ma è la natura che decide, e devo farlo: deve riprodursi ed essere libera”.

Rinat, il figlio che porta avanti la tradizione

Batu ha imparato l’arte della caccia con le aquile da suo nonno, che a sua volta l’aveva appresa dal padre. Oggi è rimasto l’unico della sua famiglia a cacciare ancora, insieme a suo figlio Rinat, il più abile tra i suoi ragazzi con le aquile.

“Quando è nato sapevo già che sarebbe stato lui il prescelto. “La prova è arrivata quando è riuscito a catturare il suo primo pulcino: da quel momento è diventato un vero cacciatore”.

Insegnargli non è stato semplice:

“ho dovuto insegnargli come accarezzarla, come parlarle, come calmarla. Il primo anno aveva molta paura, ma poi sono diventati amici, e adesso l’aquila si fida di lui: sono come fratelli”.

La sfida più grande, mi spiega Batu, è insegnare all’aquila ad atterrare sul braccio del cacciatore mentre è a cavallo: bisogna conoscere l’animale e il cavallo così a fondo da diventare, insieme, un unico corpo.

Cosa significa essere un cacciatore di aquile

“Essere un cacciatore di aquile per noi è come restare connessi con tutti gli antenati venuti prima di noi. Non siamo mai nati e non siamo mai morti: siamo un unico cacciatore che vive da sempre e per sempre, attraverso le epoche”.

Per lui la felicità è tutta qui: avere un cavallo sotto di sé e un’aquila sul braccio, rendere fieri i propri antenati ed essere un cacciatore senza paura. Come si dice da queste parti: “un uomo senza cavallo è come un uccello senza ali”.

Tre lezioni sulla felicità dai berkutchi

Essere felici può voler dire non desiderare altro

Batu mi ripete più volte che finché avrà un cavallo da cavalcare e un’aquila con cui cacciare, sarà l’uomo più felice del mondo. Non è rassegnazione: è aver trovato esattamente ciò che gli basta, senza bisogno di cercare altrove.

Un legame vero si costruisce con pazienza, non con il controllo

L’aquila non obbedisce per paura, ma per fiducia costruita giorno dopo giorno, con cura e pazienza. Forse anche le relazioni più solide, tra persone, funzionano allo stesso modo.

Le tradizioni sopravvivono solo se qualcuno sceglie di portarle avanti

Senza Rinat, la storia di Batu e dei suoi antenati berkutchi finirebbe con lui. Ogni tradizione che arriva fino a noi è il risultato di qualcuno che, generazione dopo generazione, ha scelto di non lasciarla cadere.

Guarda il reportage completo

Ho vissuto qualche giorno con Batu e suo figlio Rinat, tra gli ultimi cacciatori con le aquile della Mongolia: la cattura dell’aquilotto, l’addestramento, il momento in cui viene rilasciata in volo. Un viaggio sulle montagne dell’Altai per scoprire una felicità semplice, fatta di un cavallo, un’aquila e una tradizione da non far scomparire.

 

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Domande frequenti sui berkutchi

Chi sono i berkutchi?

I berkutchi sono i cacciatori con le aquile del popolo kazako della Mongolia occidentale, custodi di una tradizione di caccia con l’aquila reale che dura da oltre 2.000 anni.

Come si cattura un’aquila da addestrare?

Il futuro cacciatore si arrampica fino al nido, sulle cime dell’Altai, e cattura l’aquilotto a mani nude. È considerata una vera e propria cerimonia di passaggio: più il nido è difficile da raggiungere, più l’aquila sarà considerata potente.

Cosa cacciano le aquile addestrate dai berkutchi?

Principalmente volpi, lepri e piccoli mammiferi delle steppe mongole. L’aquila reale è in grado di individuare una preda fino a due chilometri di distanza.

Cosa succede all’aquila dopo alcuni anni di addestramento?

Dopo circa cinque o sei anni, quando l’aquila è in grado di riprodursi, viene liberata in natura secondo la tradizione: un rito che avviene in primavera, sulla cima di una montagna.

Perché la tradizione dei berkutchi rischia di scomparire?

Perché sempre meno giovani scelgono di restare a vivere in montagna come cacciatori, preferendo la vita in città, mentre il cambiamento climatico riduce la disponibilità di prede naturali.

Riflessione finale

Torno a casa con il battito dell’aquila ancora nelle orecchie, e con la sensazione di aver toccato, per pochi minuti, qualcosa che si tramanda da prima che esistessero i confini che oggi chiamiamo Mongolia. Batu non parla mai della sua vita come di un sacrificio: la racconta come un privilegio, l’unico modo che conosce per restare fedele a chi è venuto prima di lui.

Forse è proprio questo il punto: la sua felicità non nasce da qualcosa che ha ottenuto, ma da qualcosa che sceglie di continuare a fare, ogni singolo giorno, anche sapendo che potrebbe finire con suo figlio. E allora la domanda che mi porto a casa è semplice: quante delle cose che amo davvero sarei disposto a proteggere anche quando il mondo intorno smette di darci valore?

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