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Waorani: una notte tra i guerrieri dell’Amazzonia

I Waorani sono una delle tribù più antiche e isolate dell’Ecuador: fino a pochi decenni fa chi provava a raggiungerli veniva trafitto dalle loro lance. Noi di Progetto Happiness siamo entrati nel cuore della foresta amazzonica per essere accolti nel loro villaggio, cacciare al loro fianco e partecipare ai riti propiziatori, per capire cosa significhi la felicità per un popolo indigeno così antico. Quello che abbiamo trovato è una simbiosi con la natura che la nostra civiltà ha da tempo dimenticato.

Chi sono i Waorani: i guerrieri della foresta amazzonica

Per raggiungere la riserva dei Waorani si risale il Rio Gareno, nel cuore dell’Ecuador. È una delle tribù più antiche e isolate del paese e per secoli è stata una tribù guerriera che ha sempre tenuto fuori gli estranei: chi cercava di entrare nel loro territorio veniva massacrato. Questa volta le cose sono andate diversamente: i Waorani ci hanno accolti nel loro villaggio.

I Waorani vivono e cacciano all’interno della riserva biologica del Parco Nazionale Yasuní, uno degli ultimi santuari di biodiversità del pianeta. Prima di entrare in contatto con altre culture erano convinti che il mondo intero fosse foresta: non conoscevano nient’altro, perché per loro non esisteva nient’altro.

La chicha: il rito per essere accolti nel villaggio

Arrivati al villaggio, un gruppo di donne in abiti tradizionali ci accoglie ballando e cantando attorno al fuoco sacro. È l’inizio di una cerimonia molto precisa: ci viene offerta una ciotola di chicha, la loro bevanda più preziosa, ottenuta facendo fermentare la yucca masticata dalle donne del villaggio.

Nella cerimonia di introduzione, la chicha va bevuta tutta d’un fiato e senza fare la minima smorfia: è la prima vera prova per essere ammessi nel villaggio, un modo per dimostrare che si accetta davvero l’invito, non solo a parole. La bevanda è forte, acida e, scopriamo solo dopo, anche piuttosto alcolica: alla fine della serata, tra una ciotola e l’altra, siamo tutti leggermente ubriachi, e veniamo persino coinvolti in un finto matrimonio con una delle ragazze della tribù, tra le risate generali del villaggio.

A caccia con lancia e cerbottana: un gesto sacro, non violenza

La mattina dopo la colazione è chucula, platano schiacciato in acqua calda, che secondo i Waorani dà l’energia necessaria per affrontare la giornata di caccia. Mangiarlo troppo lentamente, ci avvertono, porta cattiva sorte: quel giorno la caccia potrebbe non andare bene.

I ragazzi del villaggio cacciano con lance e cerbottane capaci di lanciare dardi avvelenati fino a 50 metri di distanza, per stordire l’animale prima di raggiungerlo. Ma per i Waorani la caccia non è semplicemente uccidere per nutrirsi: credono che in ogni animale viva uno spirito sacro da rispettare, e considerano la caccia più simile alla raccolta di un dono che la foresta offre, che a un atto di violenza.

Addentrandoci sempre di più nella foresta per raggiungere le scimmie ragno, incontriamo un albero enorme che i Waorani considerano sacro: per la maggior parte di loro non esiste un vero confine tra il mondo fisico e quello spirituale. Ogni elemento naturale, dagli alberi agli animali, è animato da uno spirito divino da venerare. Quel giorno, però, nonostante l’impegno, la caccia non va a buon fine: torniamo al villaggio senza selvaggina, sapendo che quella sera ci sarà poco da mangiare.

Akiwa, il saggio del villaggio

Il momento più importante del nostro viaggio arriva quando veniamo convocati da Akiwa, il saggio del villaggio, la figura più autorevole di tutta la comunità. Lo si riconosce da un dettaglio preciso: è l’unico ad avere gli orecchini nei lobi, un segno riservato soltanto al capo. Essere ricevuti al suo cospetto è un onore che i Waorani non concedono a chiunque.

I Waorani sono da sempre un popolo guerriero: fin da bambini vengono istruiti a proteggere il proprio territorio, proseguendo una lotta millenaria che i loro antenati portano avanti per difendere la foresta. Una difesa resa oggi ancora più urgente dal fatto che le risorse di questa terra sono ambite da molti, pronti a saccheggiarla senza scrupoli.

Una felicità agrodolce: aprirsi al mondo, perdere la foresta

Più tardi veniamo invitati a fare il bagno in un fiume considerato sacro insieme a una delle anziane del villaggio, Okenieni. È lì che chiediamo ai Waorani se siano davvero felici di essersi aperti al mondo esterno. La risposta è agrodolce: da un lato si sentono arricchiti dall’aver scoperto nuove culture; dall’altro sono arrabbiati e abbattuti per le compagnie petrolifere e i cercatori d’oro che stanno distruggendo la loro foresta, la loro casa.

Una simbiosi con la natura che noi abbiamo dimenticato

Osservando i Waorani muoversi nella foresta emerge una simbiosi quasi totale con l’ambiente che li circonda, l’esatto opposto della nostra civiltà, che sfrutta le risorse naturali senza pensare al futuro. Questa tribù si è adattata perfettamente alle leggi della natura, con l’idea che la propria stessa esistenza ne sia parte integrante. È affascinante pensare che, se non venissero disturbati, i Waorani potrebbero sopravvivere per altri ventimila anni senza alcun impatto sul pianeta: non tolgono nulla alla Terra, ne fanno semplicemente parte.

Tre lezioni sulla felicità dai Waorani

La felicità può nascere dall’accettare, non dal controllare

I Waorani non cercano di controllare la natura che li circonda: la rispettano, la venerano, ne fanno parte. Forse la vera pace nasce proprio da qui: dallo smettere di voler dominare tutto ciò che ci circonda.

Ogni gesto quotidiano può avere un significato sacro

Per i Waorani anche cacciare un animale per nutrirsi è un atto sacro, non una semplice necessità. Forse anche i nostri gesti più semplici, quelli che ripetiamo ogni giorno senza pensarci, potrebbero avere più significato di quanto crediamo.

Aprirsi al mondo ha sempre un prezzo

I Waorani si sentono arricchiti dal contatto con nuove culture, ma pagano quell’apertura con la minaccia costante alla loro foresta e al loro modo di vivere. Ogni cambiamento, anche quello che sembra positivo, porta con sé qualcosa da proteggere con più attenzione.

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Domande frequenti sui Waorani

Chi sono i Waorani?

I Waorani sono un popolo indigeno dell’Amazzonia ecuadoriana, tra le tribù più antiche e isolate del paese. Fino a pochi decenni fa erano considerati incontattati e difendevano il proprio territorio anche con la violenza.

Cos’è la chicha?

La chicha è la bevanda tradizionale dei Waorani, ottenuta facendo fermentare la yucca masticata dalle donne del villaggio. Viene offerta agli ospiti come rito di benvenuto e va bevuta senza mostrare disgusto.

Perché i Waorani cacciano con la cerbottana?

La cerbottana permette di lanciare dardi avvelenati fino a 50 metri di distanza per stordire l’animale prima di catturarlo. Per i Waorani la caccia non è un atto violento, ma un modo per raccogliere ciò che la foresta offre, nel rispetto dello spirito di ogni animale.

Dove vivono i Waorani?

Vivono all’interno del Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, una delle aree a maggiore biodiversità del pianeta, oggi minacciata dalle attività petrolifere e minerarie.

I Waorani sono ancora una tribù isolata?

Alcuni gruppi Waorani hanno scelto di aprirsi al contatto con il mondo esterno, mentre altri restano volontariamente isolati. Anche i gruppi più aperti mantengono gran parte delle proprie tradizioni e del proprio legame con la foresta.

Riflessione finale

Lasciando questo paradiso terrestre, ci resta una domanda che continua a tornare: se i Waorani, come tante altre tribù indigene nel mondo che vivono ancora in totale armonia con la natura, avessero già le risposte per aiutarci a capire come evitare di auto-estinguerci?

Non tolgono nulla alla Terra. Ne fanno semplicemente parte. E forse è proprio questa la differenza più grande tra il loro modo di stare al mondo e il nostro.

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