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Siloé Cali: una notte nel quartiere più pericoloso della Colombia

Siloé Cali, quartiere pericoloso Colombia, reportage Progetto Happiness

“Mi piacciono le armi, mi piace uccidere. Mi piace vedere quando restano stesi lì. A forza di uccidere, il cuore diventa di pietra.”

Queste parole non le abbiamo lette in un libro. Le abbiamo sentite a Siloé, sulle colline di Cali, dalla bocca di un ragazzo di 20 anni che fa il sicario da quando ne aveva 12.

Cali è una città spezzata in due. Da una parte c’è la Capitale della Salsa, i colori, la vita. Dall’altra c’è il “Sottomondo”: più di 100 gang, una zona dove le droghe sono la moneta e la violenza è routine. Per chi ci nasce dentro, la scelta è obbligata: entrare in una banda o essere un bersaglio. La fine è quasi sempre la stessa: il carcere o il cimitero.

Noi di Progetto Happiness siamo entrati a Siloé per passare una notte con chi vive questa realtà ogni giorno. Ma abbiamo anche incontrato chi da quel mondo è riuscito a uscire.

Sucre: l’anticamera del Sottomondo

La discesa nel Sottomondo di Cali inizia dal quartiere di Sucre, nel centro storico della città. Negli anni ’80 e ’90 era il cuore del Cartello di Cali, una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Un impero costruito sulla coca che muoveva così tanto denaro da influenzare politica ed economia di tutto il Sudamerica.

Una volta caduto il Cartello, quel potere si è frammentato in centinaia di gruppi criminali più piccoli. Senza gerarchia, senza regole. Quartieri come Sucre sono diventati l’inferno in cui nascondersi e lavorare.

Qui lo chiamano la “Strada del Diavolo”. Attorno a noi, decine di ragazzi consumano eroina e basuco, un derivato scadente della cocaina che costa circa 2 euro a dose. Li chiamano “gli zombie di Cali”: corpi troppo giovani che camminano senza direzione, prigionieri di una sostanza che per qualche minuto di pace si prende l’anima.

“Ho cominciato a consumare eroina da quando avevo 10 anni”, ci racconta Mario Ricardo. “La droga che qui ci tiene intrappolati… l’unico modo per uscirne è aggrapparsi alla mano di Dio o a quello che ami di più.”

Siloé: la roccaforte delle gang

Da Sucre saliamo verso Siloé, la vera roccaforte del crimine organizzato colombiano. Un labirinto arroccato sulle colline, dove ogni strada è controllata e la polizia non si azzarda a entrare.

A guidarci c’è Steven, che tutti chiamano “Gati” (da “Gatillo”, grilletto). Fino a pochi anni fa era dentro una delle bande più feroci di Siloé. Poi ha perso tutti e si è salvato solo perché chiuso in carcere. È lì che ha trovato un’altra strada: la musica.

“Qui, per dove stiamo passando, bisogna avere rispetto”, ci spiega. “Non può passare chiunque da solo. Se ti vedono con la telecamera pensano che sei un infiltrato della polizia.”

Siloé non è un quartiere qualunque. Più di 100 gang si contendono questa collina. Si registrano quasi 10 sparatorie al giorno, tutti i giorni dell’anno. L’aspettativa di vita qui è 20 anni in meno rispetto al centro di Cali. La maggior parte degli uomini che incontriamo ha ferite da arma da fuoco.

“Si diventa banditi a circa 10 anni”, ci raccontano. “Vedi i più grandi che hanno soldi e rispetto, e ti convinci che per valere qualcosa devi fare paura.”

Siloé Cali: una notte con i sicari

Quando cala la notte, Siloé cambia volto. È il momento in cui si regolano i conti. Ci nascondiamo nel covo di un gruppo che ha accettato di farci passare la notte nel loro territorio.

Mi parlano della morte come se fosse parte del gioco. A tratti sembra davvero un videogioco: sbagli, perdi, game over. Solo che qui non si ricomincia.

“Mi piacciono le armi, mi piace uccidere, mi piace il sangue”, dice uno di loro. “Io ricevo solo dei nomi e li cancello, li faccio fuori.”

Ha iniziato a 12 anni. Ora ne ha 20. Non ricorda quante persone ha ucciso.

“A volte li vedi, ti svegliano. Stai riposando nel letto e ti schiaffeggiano, ma non c’è nessuno. Queste cose ti tormentano.”

Gli chiedo se c’è spazio per la felicità in questa vita.

“Ovviamente: quando mi alzo e posso aprire gli occhi. Un altro giorno di vita. Per il resto, il solito sbattimento.”

Un altro sicario, 26 anni, ha iniziato per vendetta dopo che hanno ucciso suo fratello.

“Non provo niente quando uccido. A forza di uccidere, il cuore diventa di pietra.”

Steven: si può uscire

Prima di risalire in superficie, le parole di Steven diventano una crepa di luce in questa oscurità.

“Quando stavo per strada con un’arma in mano, non sentivo né paura, né colpa, né tristezza. Quella era la cosa più pericolosa: essere vivo senza esserlo davvero. Non avevo vita, non avevo tranquillità.”

Oggi Steven usa la musica per aiutare altri a non ripetere i suoi errori.

“Non potevo cambiare il passato, ma potevo cambiare il presente e il futuro. Siamo guerrieri. Senza armi, solo con un microfono. L’idea è che se uno ce la fa, si tira dietro l’altro. Nessuno resta indietro.”

Riflessione finale

Qui a Cali ho visto fin dove può spingersi la violenza, quanto può diventare fredda e vuota. Nelle strade di Siloé ho sfiorato il suo lato più oscuro e per un attimo ho pensato che per questi ragazzi non ci fosse davvero una via d’uscita.

Ma anche qui qualcosa resiste. Qualcuno che con coraggio riesce a spezzare il ciclo di violenza e a riscrivere il proprio futuro contro ogni pronostico.

Storie come quella di Steven non bastano per cambiare tutto. Ma bastano per dimostrare a chi ancora può scegliere che si può vivere e non sopravvivere, che si può scegliere e non emulare, che si può costruire invece di distruggere.

È proprio lì, nel momento in cui qualcuno devia il proprio destino, che il finale di questa storia non è più lo stesso.

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