Badjao: la tribù mutata per sopravvivere nell’oceano
I Badjao sono conosciuti come i “nomadi del mare”: un popolo delle Filippine che nei secoli è mutato geneticamente per sopravvivere in apnea nell’oceano, arrivando a resistere sott’acqua anche per 10 minuti. Noi di Progetto Happiness siamo volati fino a Tawi Tawi, dove vive una delle comunità Badjao più numerose, per capire cosa significhi davvero appartenere al mare. Quello che ho trovato non è stato l’oceano cristallino che immaginavo, ma un popolo che lotta per proteggere la propria identità dentro un ambiente ormai sommerso dalla plastica.
Chi sono i Badjao: i nomadi del mare
L’arcipelago delle Filippine conta più di 7.000 isole. Per visitarle tutte servirebbero vent’anni, ma una di queste, tra le più lontane dai riflettori turistici, custodisce una delle tribù più uniche al mondo. I Badjao sono un popolo dall’indole estremamente pacifica che, nei secoli, ha sempre scelto di restare lontano dalla terraferma e dalle guerre sanguinose combattute per conquistarla.
Proprio nel mare hanno visto la possibilità di costruire un mondo tutto loro: un habitat che per chiunque altro sarebbe ostile, ma che con enormi sforzi, di generazione in generazione, è diventato per loro sempre più accogliente.
La mutazione genetica che li rende quasi anfibi
È stato osservato che il popolo dei Badjao, nei secoli, è riuscito letteralmente a mutare per sopravvivere nell’oceano, sviluppando capacità di immersione sovraumane che permettono loro di restare sott’acqua a cacciare pesci anche per più di 10 minuti.
La scienza ha in parte confermato questa leggenda: alcuni studi genetici sui popoli nomadi del mare del sud-est asiatico hanno rilevato milze più grandi della media, un adattamento che aumenta la riserva di ossigeno disponibile durante l’apnea.
Non è solo questione di allenamento: è un adattamento che si porta dentro il corpo, tramandato di generazione in generazione insieme alle tecniche di pesca.
Tawi Tawi: il villaggio sommerso dalla plastica
Ad attendermi a Tawi Tawi c’era una realtà molto diversa da quella che avevo immaginato. Quello che dovrebbe essere il villaggio dei guerrieri del mare, protettori dell’oceano, è oggi un villaggio pieno di spazzatura e di plastica, anche a causa della vicinanza con la città più grande dell’isola, che negli anni ha inquinato le tradizioni di un popolo che viveva letteralmente dentro il mare.
Negli ultimi decenni le Filippine hanno guadagnato il triste primato di paese che getta più plastica nell’oceano al mondo, superando persino Cina e India. I Badjao che si sono stanziati vicino alla terraferma hanno scoperto troppo tardi le conseguenze di adottare la plastica nella loro quotidianità:
“in passato, quando compravamo qualcosa, usavamo solo la carta. Ora ci siamo mischiati con altre tribù ed è arrivata tantissima plastica”.
Santarawi Lalisan, la leggenda vivente dei Badjao
In un gruppo di Badjao che ha scelto di restare isolato dal mondo moderno per proteggere la propria cultura, tra le palafitte collegate da passerelle traballanti di bambù, incontro Santarawi Lalisan: 85 anni, soprannominato l’Uomo Pesce per le sue doti sott’acqua fuori dal comune.
“Il mio lavoro qui, nella nostra terra di Tawi Tawi, è immergermi. Mi spingo a fare cose che nessuno ha mai fatto. Sono un campione a Tawi Tawi”.
Ai suoi tempi resisteva in apnea per più di 8 minuti; oggi, alla sua età, riesce ancora ad arrivare a 5. A insegnargli tutto è stato suo padre, anche lui un apneista leggendario:
“mi ha insegnato che qualsiasi cosa succeda sott’acqua devo resistere, trattenere il respiro in ogni caso. Nella mia testa mi chiedo sempre se ce la farò a risalire. Poi mi affido a Dio, e che mi ridia la vita una volta tornato in superficie”.
Gli strumenti di una pesca sacra
Prima di uscire in barca con lui, mi vengono mostrati gli oggetti che si tramandano da generazioni per la pesca. C’è l’arbalete, un fucile subacqueo artigianale:
“quest’arma è stata costruita da mio padre e mi è stata donata per proseguire la tradizione. Quando i nostri padri andavano a pesca, noi stavamo attenti per imparare, perché sapevamo che un giorno sarebbe toccato a noi procacciare il cibo per le nostre famiglie. Per questo, quando andiamo a pesca, per noi è un momento sacro: ci collega ai nostri antenati”.
Ci sono poi i kipara, occhialini da pesca fatti a mano con il legno e una lente ricavata da una bottiglia di vetro. Sembrano poter rompersi da un momento all’altro, eppure si tramandano di padre in figlio da generazioni. Con l’inquinamento dell’acqua, però, i pesci sono sempre meno: ormai sono più le volte che i Badjao tornano a casa a mani vuote che con il pescato.
Piedi larghi e prensili: nati per il mare
Nuotando insieme a loro, quello che mi colpisce di più sono i piedi: larghi, quasi prensili, capaci di aiutarli sia in acqua che sulle palafitte instabili dove vivono. Sono, probabilmente, i piedi che dovremmo avere tutti quanti, se non li avessimo ristretti per una vita intera dentro le scarpe. Il loro modo di nuotare è diverso dal nostro: non a rana, ma spingendo un piede contro l’altro, con una fluidità e un’idrodinamicità che sembra naturale, come se fossero nati in acqua.
Cosa significa essere Badjao
Prima di lasciare il villaggio, provo a capire fino in fondo cosa significhi essere un Badjao.
“Cerco di stare più tempo possibile dentro l’acqua, perché lì mi sento sicuro. In superficie è molto più pericoloso: ci sono persone che vogliono farti del male. Nel mare nessuno può disturbarmi: sulla terra ci sono così tante regole che non sei mai davvero libero, mentre in acqua sei veramente te stesso”.
Prima di ogni immersione beve un sorso di acqua salata, per sentirsi un tutt’uno con il mare.
“Vivere con il mare è l’unica cosa che mi può rendere felice, fino alla fine dei miei giorni”.
Tre lezioni sulla felicità dai Badjao
La felicità può stare in un solo posto
Per i Badjao la felicità non è ovunque: è nel mare, punto. Un unico luogo dove si sentono davvero se stessi, in pace, al sicuro. Forse anche per noi la felicità non va cercata ovunque, ma in quei pochi posti (fisici o interiori) dove ci sentiamo davvero a casa.
Un’identità va difesa quando tutto attorno cambia
I Badjao stanno cercando di mantenere viva la propria identità dentro un ambiente sempre più compromesso da plastica, povertà ed emarginazione. La loro resilienza ci ricorda che le tradizioni non si perdono da sole: vanno scelte, ogni giorno, anche quando il mondo attorno rende tutto più difficile.
La nostra felicità è legata a un equilibrio più grande di noi
La felicità dei Badjao dipende dalla salute del mare in cui vivono. Come loro, anche noi siamo parte di un equilibrio più grande, quello tra l’uomo e l’ambiente che lo ospita: se si rompe, prima o poi, le conseguenze arrivano fin dentro casa nostra.
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Domande frequenti sui Badjao
Chi sono i Badjao?
I Badjao sono un popolo nomade del mare originario del sud-est asiatico, diffuso soprattutto tra Filippine, Malesia e Indonesia. Vivono tradizionalmente su palafitte o imbarcazioni e basano la loro sussistenza sulla pesca in apnea.
Perché i Badjao vengono chiamati “uomini pesce”?
Perché nei secoli si sono adattati a una vita quasi interamente in mare, sviluppando capacità di apnea fuori dal comune: alcuni pescatori riescono a restare sott’acqua fino a 10 minuti per cacciare con la fiocina.
È vero che i Badjao si sono geneticamente adattati al mare?
Studi genetici su popolazioni nomadi del mare del sud-est asiatico hanno rilevato milze più grandi della media, un adattamento che aumenta la riserva di ossigeno disponibile durante le immersioni prolungate.
Perché il villaggio dei Badjao è pieno di plastica?
Per la vicinanza a centri urbani e per il passaggio, negli ultimi decenni, dall’uso della carta a quello della plastica nel commercio locale. Le Filippine sono oggi il primo paese al mondo per plastica dispersa negli oceani.
Dove vivono i Badjao?
Una delle comunità più numerose si trova a Tawi Tawi, un’isola dell’arcipelago filippino, dove intere famiglie vivono ancora oggi in villaggi di palafitte costruiti sull’acqua.
Riflessione finale
Prima di partire per questo viaggio mi immaginavo i Badjao immersi in un mare cristallino, un’oasi di biodiversità e bellezza.
Ho conosciuto invece una tribù che sta cercando di mantenere l’identità di una tradizione millenaria, vestita però dei peggiori mali del nostro tempo: plastica, povertà, emarginazione, e nessun reale segnale di tutela dell’habitat da cui questo popolo dipende, non solo per la propria identità, ma soprattutto per la propria sopravvivenza.
Nelle grandi città le conseguenze della nostra corsa economica restano mimetizzate dal benessere materiale. Qui, dentro un ecosistema così fragile, ogni squilibrio si mostra con conseguenze enormi, perché la felicità dei Badjao sta proprio nel mare. Ed è forse anche negli oceani che risiede il nostro destino come specie, intimamente legato alla salute del grande blu.
Se non ci sforziamo di proteggere gli habitat che sostengono comunità come questa, rischiamo di perdere non solo la loro saggezza millenaria, ma anche una parte della chiave per la nostra stessa sopravvivenza.
E tu, sapresti dire qual è il tuo posto nel mondo, quello in cui ti senti davvero te stesso?